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Salvatore Dedòla, glottologo e attento studioso della Sardegna e della sua lingua propone questo bellissimo intervento

Cammello Dio. Verme Dio. Coccodrillo Dio. Cavallo Dio. Bue Dio. Pecora Dio. Muflone Dio. Coniglio Dio. Ratto Dio. Legno Dio. Pietra Dio. Acqua Dio. Anguria Dio. Grano Dio. Ruota Dio. Casa Dio. Montagna Dio. Porco Dio.

Provo ad affiancare a Dio alcuni epiteti, e nessuno calza bene quanto il Porco. Orribile bestemmia familiare da due millenni. Ma perché Dio non è maledetto con altri epiteti e si è preferito maledirlo come porco? Ancora: Antonio eremita-abate ha il porco come simbolo: c’entra qualcosa con l’incredibile bestemmia? Da quanto scriverò, ci sono le prove per coinvolgere la Chiesa cristiana.

Anzitutto, parto dall’antropologia del maialino. È noto il rapporto dell’uomo mediterraneo col maiale. Soltanto ebrei e musulmani considerano immondo il suino, mentre nel resto del Mediterraneo esso si mangia. Anche i Sumeri, i Mesopotamici, i Frigi, i Popoli delle steppe, i Cinesi, gli Indiani, gli isolani del Pacifico, i Celti, i Vichinghi, i Romani e quant’altri mangiarono il maiale. Occorre capire perché esistano da tempo immemorabile due concezioni contrapposte.

L’antropologo Frazer ricordò che gli Egizi sacrificavano una volta all’anno il maiale al dio Osiride, poiché il maiale, il cinghiale, incarnava lo spirito del grano: in definitiva, il suino fu, alle origini, il Dio della Natura. Il rapporto tra il cinghiale e il Dio della natura è noto: Adone viene ucciso da un cinghiale, e sprofonda agli Inferi, da cui risorge ogni anno. Il frigio Attis viene ucciso da un cinghiale, e anch’egli ogni anno muore e risorge insieme alla Natura. Oggi in Sardegna abbiamo il Santo del Carnevale, ossia S.Antonio, che si accompagna a un maialino. Anche S.Antonio scende all’Inferno, ed inaugura i riti del Carnevale, i quali altro non sono che i riti d’inizio Anno, di propiziazione della Primavera, della rifioritura della Natura.

Il maiale, il cinghiale, fin dal Paleolitico fu identificato col Dio della Natura, e nei miti tramandati dalla storia troviamo il Dio-e-il-maiale talora affiancati, talora contrapposti in rapporto di morte-resurrezione. Perché tanta considerazione per il maiale, per il cinghiale? La risposta si ha osservando le abitudini dei cinghiali all’arrivo delle piogge: le foreste, il loro habitat, vengono grufolate in modo parossistico. Talora interi chilometri quadrati vengono “arati” (dipende dalla quantità dei suini).

Agli antichi quel furioso rimestio delle zolle non passò inosservato, e fu proprio da tali “arature” che s’inventò l’aratro, imitando la bestia che rendeva fertili immensi territori senza bisogno della fatica umana. Già Eudosso di Cnido (408-355 a.e.v.), astronomo e matematico greco, si era accorto che gli Egizi non risparmiavano il maiale per avversione, anzi: quando le acque del Nilo si erano ritirate, mandavano nei campi i branchi dei maiali, i quali “aravano” tutto.

E come va l’odio degli Ebrei contro i suini? Gli scavi archeologici della Cananea del 1000 av.C. mostrano un consumo normale dei maiali nei villaggi dei bassopiani e delle pianure. Non si riscontrano resti di pasti sugli altopiani. La ragione è fin troppo evidente: sugli altipiani boscosi i suini erano soltanto allevati, e venivano portati in pianura per lo smercio. È un po’ quanto accadeva nell’antica Roma per i prosciutti e le salsicce: i suini erano allevati nella Gallia cisalpina e nel territorio parmense, ed i loro immensi branchi venivano costantemente sospinti fino alla Capitale, nei cui dintorni i Galli preparavano i prosciutti e le salsicce per i Romani (come dire: dal produttore al consumatore).

Nell’Israele classico il maiale era soltanto vietato a tavola, il che cambia notevolmente le carte. Assieme al maiale, il Levitico 11,7 elenca molti altri animali esclusi dalla mensa, come il cammello, bestia peraltro utilissima. Questione tabuica, non demoniaca. In Israele il maiale era allevato in branchi di migliaia di capi. Altro che demonizzazione! La montuosa Galilea era piena di maiali.

L’episodio di Matteo 8:30-34 mostra che la perdita d’una grande mandria di maiali per colpa di Gesù fu una catastrofe economica per l’intera popolazione del villaggio, che andò incontro a Gesù invitandolo sbrigativamente a cambiar strada. In Marco 5:11 si capisce l’entità della perdita: 2000 bestie, il patrimonio dell’intero paese dei Geraseni. Così pure in Luca 8:30-37. Da ogni evangelista sappiamo che tutti questi maiali occupavano molta estensione di pascoli e boschi i quali, se veramente il maiale fosse stato considerato merce meno che pregiata, potevano essere destinati alle pecore, alle capre, ai vaccini. Persino l’episodio del Figlio prodigo (Lu 15:15) lascia capire il grande valore dei porci, del cui cibo (le carrube) si saziava lo stesso ragazzo. E si badi che il Figliol prodigo era salariato, dipendeva da un padrone di mandrie suine. Va da sé che sulle mandrie suine campavano servi, padroni, le loro famiglie, e un indotto economico non trascurabile. Ecco perché un’intera cittadina si era scontrata con Gesù.

Presso gli Ebrei vigeva la protezione del maiale, non la demonizzazione. Ma perché i villaggi della Galilea allevavano soltanto maiali? La tradizione risaliva all’età della Pietra Antica, allorché non si era ancora inventato l’aratro e s’attendevano le piogge per “arare” i campi. Con tutta evidenza, i porcari del tempo – d’accordo o su richiesta degli agricoltori – portavano i porci in pianura a grufolare sui campi (com’era uso degli Egizi), riportando poi i maiali assieme al compenso, salvo le inevitabili cessioni di una parte del branco ad uso alimentare locale. Che poi le ossa dei maiali rimanessero nelle pianure e non sulle montagne, la causa pare ovvia: mentre in pianura il maiale si consumava e le ossa venivano gettate, nelle montagne le ossa dei rari maiali mangiati dagli allevatori erano gettate in pasto agli stessi maiali del branco, i quali, si sa, fanno sparire ogni sostanza edule.

Così andò nei tempi pre-biblici, e sùbito si passò all’invenzione dell’aratro, che fu costruito come il muso aguzzo del suino selvatico dell’epoca. Altro che demonizzazione: era un rispetto all’ennesima potenza. Da qui il tabù mosaico! Peraltro nel deserto del Sinai il maiale non poteva sopravvivere: non era il suo habitat. Proteggere i pochi maiali di proprietà doveva essere quindi addirittura vitale. Ma l’uso massivo dei suini per la grufolatura massiva proseguì anche in epoca storica, perch’era molto più semplice avere maiali “aratori” da rilasciare nei campi dopo la pioggia, risparmiando il sudore dell’uomo per migliori impegni. Se vogliamo, la genialità ebraica si scorge anche in queste operazioni.

Va da sé che nei tempi arcaici il porco fu visto come effige del Dio della Natura. E pure quest’aspetto va chiarito: tra effige ed essenza nell’alta antichità non vi fu mai differenza. L’effige, la statua, l’emblema, erano in ogni modo lo stesso Dio. Quindi per la gente di allora, almeno nel Mediterraneo, in Italia, in Sardegna, il Porco era Dio, Dio era il Porco. Da qui “Porco Dio”, che a quei tempi era un epiteto santificante rivolto al Dio della Natura nei momenti di alta sacralità, durante le processioni e durante le funzioni del tempio.

Fu poi compito del clero cristiano gestire l’epiteto sacro per dirottarne la semantica, secolo dopo secolo, verso esiti loschi, dissacratori, infami. Ciò che colpisce in questo processo di mutazione è la depravazione del clero, il quale puntò a distruggere le religioni avverse senza badare al metodo, senza vergognarsi di gestire un’operazione che andava in rotta di collisione con le manifestazioni di probità, mansuetudine, lealtà e rispetto che la religione imponeva loro.

Una considerazione finale riguarda il porco di sant’Antonio. Il fatto che il santo eremita egiziano sia festeggiato nel giorno d’inizio del Carnevale, chiarisce tutto: in epoca cristiana Antonio fu scelto a sostituire il Dio della Natura, cui era connaturato il porco,. Che ad accompagnarsi al porco sia stato l’eremita egiziano Antonio, così dipinto nel Medioevo dall’iconografia cristiana, ciò è dovuto al fatto che proprio nella valle del Nilo al maiale fu riconosciuta la prodigiosa predisposizione che lo portò “agli altari”.1

 Laura Fenelli (Dall’eremo alla stalla, storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza, Bari, 2011) a pag. 104 sgg. scrive la sua ipotesi circa l’iconografia del maialetto, legandola al fatto che i canonici regolari di sant’Antonio avevano il “privilegio del porco” (citato nel 1297 da Bonifacio VIII nella bolla di creazione dei canonici regolari di sant’Antonio come un’«antica e approvata consuetudine»). Ma la Fenelli, storica del Medioevo, non ha avuto la pazienza di scavare a fondo per capire le origini del problema.

Salvatore Dedòla

Salvatore Dedola è laureato in glottologia con una tesi in germanistica (lingua gotica). Da parecchi anni sta mettendo a confronto le lingue indoeuropee con quelle semitiche allo scopo d’individuare le basi autentiche della lingua sarda.Nell’ambito dei suoi studi di etimologia sul Sardo delle Origini, sta completando una “Collana Semitica” che finora annovera i seguenti volumi: “I Pani della Sardegna”, “La Flora della Sardegna”, “I cognomi della Sardegna”, “La Toponomastica in Sardegna”, “Monoteismo precristiano in Sardegna”, “Grammatica della lingua sarda pre-latina”. Le indagini etimologiche sono condotte sull’intero scibile della lingua sarda. In quest’ambito rientra pure la traduzione del Gergo Ramaio di Isili e la traduzione della Stele di Nora. Quest’ultimo è il documento più antico del Mediterraneo centro-occidentale. Qui non vengono indicati gli studi minori, parimenti condotti nel campo delle etimologie.